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Una bella novità per chi è affetto da Infezioni delle Vie Urinarie (IVU)

di Alberto Prada

Una ripassata sul problema
Le IVU (infezioni delle vie urinarie) sono molto frequenti nella popolazione generale, più nel sesso femminile, rappresentando il 10- 20% di tutte le infezioni a livello mondiale, stimate oltre 400.000.000 all’anno. Gli antibiotici sono il trattamento standard, ma il loro uso contribuisce allo sviluppo di resistenze e rende le infezioni sempre più difficili da trattare con una discreta mortalità.


Noi pazienti cistectomizzati, specie nei primi anni, siamo soggetti molto frequentemente alla crescita di germi nella neovescica ileale per diversi motivi:
- anzitutto la mucosa del tratto ileale utilizzato per il confezionamento della neovescica è quasi sempre colonizzata da batteri, la flora batterica intestinale di cui tanto si parla,
- la produzione di muco caratteristica delle cellule di questo tratto intestinale che facilita la crescita batterica
- il ristagno dell’urina nella neovescica per possibile svuotamento incompleto che di solito avviene col torchio addominale.
La presenza di batteri nell’urina non significa di per sé infezione. Infatti si deve distinguere la batteriuria asintomatica dalla infezione sintomatica. E’ ormai opinione unanime degli infettivologi e degli urologi che vadano trattate solo le infezioni sintomatiche.
Dato che la neocescica ha una innervazione diversa da quella nativa, a parte la febbre, i sintomi classici della IVU, vale a dire bruciore/dolore alla minzione (disuria), minzione frequente (pollachiuria) nei cistectomizzati non sono presenti e sono atipici. Il sintomo cardine rimane la febbre, spesso con brivido, ma l’infezione può manifestarsi anche con dolore anche modesto, gravativo, al basso ventre (vescica) o al fianco destro o sinistro (renale), o con un malessere generale o il cambiamento di colore/odore delle urine o la comparsa di incontinenza o ipercontinenza. Nel sospetto di una IVU è necessario l’urinocoltura per definire la presenza della infezione, identificare il germe interessato ed eseguire l’antibiogramma per identificare l’antibiotico adatto.
Questa procedura richiede 3-4 giorni e spesso (4 su 10) si inizia una terapia antibiotica empirica. Però talvolta non c’è una vera infezione o l’antibiotico non è quello giusto. La terapia risulta quindi inefficace e comporta il rischio di provocare una antibiotico-resistenza e quindi lo svilupparsi di una infezione severa più difficile da trattare.


La novità
E’ stata sviluppata recentemente da un team di ricercatori britannici appartenenti alla University of Reading e alla University of Southampton una tecnologia chiamata RMD AST, acronimo di rapid microcapillary direct-from-urine antibiotic susceptibility testing che permette di identificare in solo 6 ore la presenza di infezioni batteriche e la sensibilità agli antibiotici (sette quelli testati). Gli studi hanno dimostrato un’ottima corrispondenza con i metodi tradizionali (del 96%).
Ciò permette di indicare al medico, lo stesso giorno dell’esame, quale antibiotico utilizzare ed al paziente di ricevere il trattamento corretto più rapidamente, riducendo il rischio di sviluppo di resistenza e di trasformazione dell'infezione in sepsi.
Questa tecnologia è già disponibile in Italia ed utilizzata in centri ospedalieri o in grandi laboratori ma si sta diffondendo rapidamente anzitutto per le ragioni sopra esposte ma anche perché velocizza enormemente il lavoro dei laboratori.
Ma che oltre instaurare una terapia corretta quado bisogna ricordare la prevenzione:
- bere almeno 1,5 - 2 litri di acqua al giorno per garantire un costante lavaggio.
- svuotare la neovescica a orari fissi (ogni 2-3 ore di giorno) anche in assenza di stimolo naturale
- utilizzare correttamente il torchio addominale per ridurre al minimo il residuo post-minzionale, che favorisce la crescita batterica
- eseguire l'autocateterismo appunto per monitorare il residuo post-minzionale o l’ecografia
La efficacia della prevenzione delle IVU con D-mannosio o Mirtillo rosso dai dati riassuntivi della Cochrane Collaboration non è supportata da solidi riscontri scientifici nella popolazione generale e ancor meno nelle neovesciche ileali, anche se sicuramente non ha effetti collaterali.


Una ulteriore notiziola dal Congresso Europeo di Urologia del 2026.
Sono stati presentati due studi che hanno confrontato due gruppi di pazienti con ritenzione urinaria e necessità di autocateterizzazione. Uno usava solo cateteri monouso e l’altro cateteri riutilizzabili e monouso con una strategia mista, usando quelli riutilizzabili quando erano a casa e quelli monouso quando erano fuori casa.
Il gruppo “misto” ha presentato un minor numero di IVU e di conseguenza un minor uso di antibiotici, mentre la qualità della vita e la sicurezza sono risultate sovrapponibili.
La principale difficoltà riferita è stata la necessità di mantenere disinfettati i cateteri e la pulizia accurata.
Questa notizia potrebbe interessare i cistectomizzati ipercontinenti con necessità di autocaterizzazione multipla, quotidiana, naturalmente se immunocompetenti e con una buona manualità anche nel protocollo di pulizia.


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