UN ANNO VISSUTO INTENSAMETE … ovvero CE L’HO SCRITTO SULLA PELLE
di Paolo P.
Non è stato facile sentirsi dire che avevo un carcinoma, come del resto credo non sia mai semplice comunicare una notizia del genere.
D’altra parte, il medico, in forza all’U.O.C. Urologia del San Salvatore di Pesaro, che ha dovuto adempiere a quel compito davvero ingrato ma inevitabile ha dato dimostrazione di professionalità e umanità, pure nell’evidenza di una realtà (accertata dall’esame istologico) che certamente non si sarebbe modificata o risolta in maniera miracolistica se comunicata in altri termini, ma forse avrebbe colpito più duramente.
Ho capito in un attimo, anzi ho provato in quell’attimo due sentimenti contrastanti: un più e un meno, un credito e un debito; elementi che peraltro ritroverò nel successivo periodo della chemioterapia neoadiuvante presso l’U.O.C. Oncologia del Santa Croce di Fano.
Il credito, dato da una sorta di “abbraccio avvolgente” da parte dell’urologo, e in seguito dell’oncologa, che suscitò in me, insieme, consapevolezza e speranza, invitandomi a guardare in faccia la realtà in tutta la sua fredda e incontrovertibile verità senza tuttavia soggiacervi.
Il debito, dato dalla percezione di essere il portatore di una ferita che avrebbe potuto schiantare ogni mia più agguerrita resistenza opposta a quella temibile condizione.
Non so nemmeno se la mia reazione sarebbe stata diversa da quella che ho avuto a fronte di un referto ancor più pernicioso: al solo pensiero, anche adesso, avverto un brivido freddo lungo la schiena.
Resta il fatto che, dopo aver formulato la domanda di rito, ovvero se la mia malattia fosse stata curabile, e ottenuto una risposta incoraggiante che comunque non allontanava né sottovalutava l’evidenza, a fianco della mia compagna che mi stringeva forte la mano e mi guardava con occhi dolci e risoluti, è iniziata la battaglia.
Ho percepito una carica psicologica forte, come poche altre volte prima di allora avevo avvertito in situazioni sempre piuttosto complicate; ho ripreso a nuotare nel mare dell’iniziale disperazione, nel quale rischiavo di fare naufragio, passando velocissimamente in rassegna le motivazioni che mi spingevano magari ad annaspare un po’ ma non ad affondare.
Sempre senza infingimento, né da parte mia né da parte dei medici, affrontando le cadute, che pure ci sono state (nel periodo della chemio e post-operatorio, per via di un linfocele che sembrava si fosse tanto affezionato a me), come le ripartenze con rinnovata energia.
Riavvolgendo il film della mia vita più e più volte, come si trattasse di una serie televisiva di cui ho voluto convincermi che, quella che stavo vivendo, non sarebbe stata mai e poi mai quella l’ultima puntata.
Sconfiggendo l’angoscia che ti attanaglia l’animo quando non vedi il nemico che devi affrontare; per lo meno io lo vedevo, ne avevo e ne ho coscienza. E vi ho scaricato contro tutto il mio armamentario psicofisico di cui disponevo, come elemento aggiuntivo a un protocollo che, peraltro, ha avuto attuazione in maniera esemplare.
E quella sensazione di essere o essere diventato un lottatore, con una grinta che non avrei mai immaginato di avere, l’ho avvertita distintamente nelle varie fasi e sedi della malattia (da Pesaro a Fano, poi ancora a Pesaro, ma anche ad Ancona, a Osimo e ovunque sono stato via via indirizzato per eseguire visite complementari e approfondimenti).
E, forse mi ripeto, ma sono convinto che questo mio elemento di combattività, di risolutezza nell’affrontare le varie tappe del decorso pre e postoperatorio, sia stato il prodotto di un rapporto stretto, collaborativo, complice se vogliamo, addirittura confidente tra me paziente e il personale medico e infermieristico che ho incontrato, in parallelo ovviamente alle cure ricevute, a una cura che diventa “aver cura” di te. Una cosa che ha lasciato in me il segno e il senso di apprezzamento e gratitudine.
Perché è vero che per un medico, oncologo o urologo che sia, per un chirurgo, i conti alla fine devono riportare (detto in termini più ragionieristici che scientifici e qui me mi scuso). Ma prima e dopo per un paziente ci sono attimi lunghi un’eternità, che possono trasformarsi in un baratro in cui precipitare sentendosi freddamente schedati come un caso clinico, ma che possono invece essere recuperati come momenti di condivisione, di confronto, di scambio di brandelli di vita. Come l’incontro tra due anime, sostiene l’immaginifico Borges, che non avviene mai per caso, tra due universi di sensazioni, emozioni, paure, speranze. Il tutto deve tuttavia incastonarsi, deve trovare necessariamente un incastro nella quotidianità di uno straordinario impegno da parte di tutto il personale e orari talvolta compromessi da emergenze o complicazioni.
Poi, però, quando hai la fortuna di vedere che le tue speranze stanno piano piano trasformandosi in certezze, il recupero si connota di una componente di vitalità, di una emozionalità che esalta il protocollo medico – scientifico.
Tutte queste considerazioni, sperimentate ed acquisite, mi hanno infine spinto a scrivere una specie di “diario di bordo” che, dopo i giorni della chemio, dell’intervento, del ricovero e della dimissione, ha assunto i contorni di un vero e proprio resoconto umano – sentimentale di un viaggio nella malattia che copre la durata temporale di circa un anno; un viaggio che non è certamente concluso (per via dei necessari ed opportuni controlli programmati); che ha avuto una forte compressione nella prima parte del 2024 (dalla comunicazione del cancro, alla chemio, all’intervento, alla degenza e dimissione, con la ripresa di una vita pressoché normale), una compressione temporale ed emotiva vissuta con un’alternanza di timore e speranza ma sempre con una grande determinazione. A contatto con strutture sanitarie e personale che mi fanno pensare e dire che la nostra regione, le Marche, unica tra le regioni d’Italia a conservare la pluralità nella sua denominazione, non è solo e per questo la regione dei cento borghi storici, dei cento teatri, dei cento musei e così via, ma resto convinto, anche dei tanti presidi ospedalieri e del relativo personale che ne fanno un’eccellenza anche in questo ambito; quello di un S.S.R., riflesso di quello nazionale, che pur affrontando problemi endemici e gravi (che non possono essere disconosciuti e giacere irrisolti, pena la sua dissoluzione) non può essere bistrattato come troppo spesso avviene in maniera aprioristica e indiscriminata, per lo meno dove sussistono (e forse resistono) realtà che funzionano bene e che, del resto, non credo siano poi così poche anche in questa nostra Terra di Marca.
Una compressione di eventi, accennavo poco fa, che a distanza di quasi nove mesi, dall’intervento, oggi sembra mi presentarmi il conto, con momenti di abbandono e rinnovate paure per quello che sarà il futuro, in rapporto ovviamente con quanto occorsomi e alle eventuali conseguenze fisiche, come anche con la gestione della quotidianità in particolare con la neovescica che, in maniera forse scaramantica, ho prontamente ribattezzato Giuditta (a ricordo del Piccolo diavolo con la magnifica accoppiata Benigni – Matthau). Poi però torno a galla e riprendo a veleggiare nell’oceano mare del mio destino. Grazie anche alla vicinanza e all’affetto della famiglia, delle persone a me più care che mi circondano da sempre.
Di quando in quando tuttavia riaffiorano i ricordi, si alternano ombre e luci, ma sono fortunatamente queste ultime a prevalere, risuonandomi nelle orecchie come un mantra le parole di Kipling al figlio lontano: “Se riesci a non perdere la testa …”, ecc. ecc.
Insomma, questo mio scritto che non avrei mai pensato veder pubblicato perché a quello non era certamente destinato in origine, doveva servire ed è servito innanzi tutto a me: per riannodare le tappe di un percorso non in maniera masochistica ma per esorcizzare se possibile la paura, la cui presenza tuttavia non credo sparirà mai del tutto.
Ma che può essere quanto meno esorcizzata fors’anche dalla condivisione di questa mia “storia” con quella di altre persone che hanno vissuto e vivono un’esperienza simile. Sulla propria pelle, come sulla mia pelle, ove reco ancora scritti addosso i segni dell’intervento, per la verità sempre più evanescenti. Quelli sì che, quando li osservo con apparente nonchalance, sembrano suggerirmi che all’Annus horribilis farà seguito un Annus mirabilis.
Così come mi fanno tornare alla mente tutte quelle persone e quelle circostanze che sono state determinanti affinché anch’io vincessi un oscar. Io, che attore non sono, semmai regista di me stesso, nell’interpretazione più impegnativa fin qui sostenuta.
E dunque un oscar: quello più prestigioso, quello della vita.

